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 - teatro I del I segno

 “Bella, bella, bella … sa Beccesa”

di e con Rossella Faa

e con Giacomo Deiana (chitarra) -  Nicola Cossu (ContrabBasso) - Stefano Sibiriu (percussioni)

 

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T. 070 680229 - M. 3929779211 (anche whatsapp) 

 

 

Sul Palco tre musicisti e una cantastorie.

Unico oggetto di scena, una lavagnetta che funge anche da espositore di fotografie.

nella pièce l'autrice riflette, col pubblico, su come vorrebbe vivere la sua vecchiaia e parla delle sue paure (perché la vecchiaia fa paura).

Seguendo un percorso fatto di canzoni e racconti, propone una immagine di "anziano moderno" che apprezza e gode dei piaceri dell'età, come un buongustaio apprezza una cucina povera, ma ricca di sapori e di sostanza. 

 

 

Lo spettacolo. “Bella, bella, bella …  Bella sa Beccesa” è un gioco di contrasti in cui, la  musica, le canzoni, i racconti e l’ironia, conducono in un mondo, affascinate e pieno di sorprese perché sconosciuto: il mondo dei vecchi.

Il senso di questo viaggio nella vecchiaia è capirne ed imparare ad apprezzarne la bellezza e  “ la freschezza” cosi poco celebrate .

Cercare, perché no, delle vie che ci permettano di invecchiare serenamente, … anche in questo mondo costruito a misura di ragazzino.  

Un viaggio da compiere, sul palco, tra le note, cantando e raccontando, ascoltando e sorridendo insieme, per cercare, con il pubblico una “sostenibile” estetica della vecchiaia.

Le lingue di questo viaggio sono:  quella sarda nella sua variante del campidanese usata nei canti, e l’italiano “maccheronico” usato nei racconti.

Rossella Faa

 

 - teatro I del I segno

   G.A.P. rovinarsi è un gioco 

 Lo spettacolo   nasce dalla volontà di mettere una lente di ingrandimento sul fenomeno del gioco d’azzardo tecnologico, mostrando come, il passatempo innocuo del videopoker” diventa dipendenza patologica “sulla pelle della percentuale difettosa”.
Dall’idea alla scena sono trascorsi nove mesi di ricerche documentali, di studio e di interviste fatte davanti a un caffè, inoltrandosi tra le resistenze, le paure, tra i sospetti verso un interesse insolito per chi è abituato a vivere nell’indifferenza di tutti.
Una volontà ha sicuramente segnato la drammaturgia, non teatro inchiesta, non teatro documento, ma semplicemente teatro.
  Quella raccontata è una storia, la storia di un giocatore, di un simbolo forse, ma una storia reale con nomi, mogli, posti di lavoro, figli, amicizie.
 Il pubblico trova l’attore immobile in una scena già composta, animata solo dal tintinnio sordo che producono tre monete agitate nervosamente in una mano.

 Sul palcoscenico Il monolite di una macchina da videopoker, un manichino, sette tazze da caffè, e una porta, raccontano, scandita dalle immagini proiettate, la vita di un giocatore.

 

Una vita fatta di avvenimenti reali, prima raccolti poi scelti e montati, presi dalle parole e dai silenzi della realtà, della terapia, delle bugie, delle speranze e ancora dalle parole di una razionalità fredda e documentale. 
Così prende corpo lo spettacolo, che usa una scena scarna, fatta di segni brevi essenziali, segni che non lusingano la poesia, ma si impongono come reali e freddi snodi di
una storia-vita che nella scena racconta la claustrofobia ciclica della dipendenza.

 - teatro I del I segno
 “Il Sogno Svanito”  di chi è l’acqua 

                                               dall’omonimo libro di Antonio Cossu 

adattamento e regia Stefano Ledda - chitarra classica Andrea Congia - coro Su Cuncordu Lussurzesu

Lo spettacolo: 1960 Nello spazio nero della scena un uomo, in sindaco, racconta attraverso le emozioni, le parole, la musica, il Canto Polivocale ed il suo suono che scorre profondo e poi affiora potente intriso dell’anima di una comunità,  il paese di Balonia. Un piccolo comune di un immaginario Nuovo Stato Sovrano, che corre il rischio in nome della “mitologia” dell’industria, di veder cancellata la propria identità, di veder violato il proprio arbitrio, di essere privato del diritto all’acqua, alla vita.

Un testo intenso, quasi una confessione, che tratteggia l’entusiasmo, la delusione, l’angoscia, d’un uomo, di un Sindaco neo eletto, nello scoprirsi impotente nel tentativo di cambiare, di interrompere l’inerzia del ristagno politico e sociale del suo paese.

Una stasi “piena di soluzioni facili, improvvisate, gradite magari al popolo, perché riescono a dare tutta la gallina oggi ammazzata spennata cotta già in tavola.” Una storia di passione e di impegno di senso del dovere del buon “padre di comunità” che cerca di condurre la sua “famiglia” nel difficile “guado” di una transizione economica e sociale.

Note di regia: Leggere “il sogno svanito” di Antonio Cossu, dopo aver incontrato i suoi versi né “I monti dicono di restare”, ha fatto nascere fin da subito la voglia di portare, il libro, l’autore e le riflessioni contenute in questo testo, sulla scena.

Raccontando, attraverso lo spettacolo, ideali, pensieri, esigenze, sogni e delusioni che sembrano sovrapporsi perfettamente con l’attualità feroce alla nostra società. Ascoltando e riascoltando tra questi pensieri, forse il più semplice, forse il più ovvio: l’acqua è la vita per ciascuno di noi, per ogni comunità, paese o popolo. E costatando questa disarmante ovvietà riaffermare che: il solo pensare di consegnare allo sfruttamento economico privato l’acqua, è decidere di contemplare l’ipotesi di concedere una parte fondamentale delle nostre cellule/comunità, del nostro organismo/società, ma anche, in modo ancora più concreto, di cedere allo sfruttamento un diritto del nostro corpo, un bisogno delle nostre vite, scegliendo di derogare al diritto che ciascuna di esse ha di continuare.

Stefano Ledda

La musica - il canto polivocale: I canti inseriti nello spettacolo, tutti tramandati oralmente, sono tratti dal repertorio tradizionale Lussurgese, sempre eseguiti rigorosamente a quattro voci, denominate in sardo: “bassu”, “contra”, “oghe” e “contraltu” (basso, baritono, tenore e controtenore). Tradizione nella quale, i canti popolari eseguiti nei secoli passati per allietare le feste vennero influenzati poi, dai canti monodici gregoriani, dando così origine ad un nuovo filone di canti, più colto, che trova la sua massima espressione, nei canti della Settimana Santa, nell’esecuzione dei quali non viene lasciato spazio ad improvvisazioni. Insieme forse al più rappresentativo tra canti religiosi della settimana Santa, "su Miserere", fanno parte integrante del tessuto drammaturgico musicale dello spettacolo i canti profani a “Sa Pastorina” e “S’istudiantina” quest’ultima peraltro citata dallo stesso Antonio Cossu; “Propose di continuare con s'istudiantina. Si alzarono e si avvicinarono altri tre per costituire il coro. Alla “voce" si unirono “contralto", “contra" e “basso" in un'armonia antica di secoli.

Cantarono una canzone che mio padre cantava con gli amici e a me piaceva per il significato proprio e metaforico. - S'achetuzedda mia - chi cando la sezia - tottu mi consolada! - Ma un'istudiante, - Giughìndela a portante - Mi l'at iscontriada!- …

 
 
 
 
 
Chi era Giacomo Serra
 liberamente ispirato a "Il figlio di Bakunin" di S. Atzeni e "Paese d'ombre" di G.Dessì
 
Studio per uno spettacolo sul lavoro

 Lo spettacolo
. In un impianto scenico essenziale, quasi scarno, prende corpo lo spettacolo, attraverso una narrazione asciutta illuminata dalla fioca luce di una lampadina ad incandescenza che penzola, talvolta dal soffitto di una cucina, dietro la finestre di un paese impaurito, nelle stanze disadorna della stazione dei carabinieri o nel profondo di una galleria.
Con questa semplicità di segni, e di linguaggio gli attori danno la voce ai personaggi tratteggiati da Sergio Atzeni e Giuseppe Dessì, dispiegando davanti al pubblico le azioni, i suoni, gli avvenimenti, le immagini e le emozioni della storia.
Così, direttamente tra il pubblico, annullando le distanze tra personaggi e spettatori, il “teatro” accade, raccontando come la vita possa fermarsi e si fermi, sospendendo il fiato, ogni volta che la terra trema, ogni volta che il lavoro-montagna decide di prendersi il suo tributo, o meglio ogni volta che il cottimo di allora, come il massimo ribasso o il subappalto di adesso, presentano il conto a chi è costretto ad abbracciarli per i bisogno “ di campare i miei figli ”.

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 - teatro I del I segno
 
Predi Antiogu e Sa Perpetua

Lo spettacolo:

  

E' tratto da "Sa Scomuniga de Predi Antiogu" che è uno dei testi più conosciuti della tradizione letteraria in Campidanese.

 

Probabilmente opera di un erudito, la storia del prete derubato che lancia sull'intero paese di Masullas un anatema tanto terribile da muovere al riso e tanto comico da mettere paura, è stato mandato a memoria da generazioni intere di sardi di ogni ceto e condizione.

  

Il testo originale è stato rielaborato e la drammatica invettiva del parroco (interpretato da Elio Turno Arthemalle) si trasforma in una commedia, con l'introduzione del personaggio di una petulante e furba perpetua (interpretata da Rossella Faa) che oltre a recitare canta a modo suo alcuni brani Sacri.

  

Il testo, diretto e ripensato dalla stessa Rossella Faa, diventa così uno spassoso spettacolo ricco di preziosi riferimenti storici e linguistici, ma comunque fruibile sia dagli adulti che dai bambini.

  

Il contesto storico:

  

Nella prima metà dell’800 una commissione governativa viene incaricata di predisporre i dati sulle decime Sarde destinate alla chiesa (che pare siano più alte di quelle destinate al governo).

 

Questa novità solleva molte polemiche all’interno del mondo ecclesiastico.

 

Nel 1850 il vescovo di Cagliari, monsignor Emanuele Marongiu Nurra, lancia una scomunica contro tale commissione governativa.

 

Il governo impone al prelato di ritirare la scomunica pena l’esilio,ma lui non la ritira e preferisce ritirarsi nello stato pontificio.

 

il 15 aprile del 1851 esce la legge che regola le decime: le canoniche dei centri urbani non ne risentono troppo, ma i preti delle zone rurali si trovano improvvisamente in ristrettezze economiche e, se vogliono sopravvivere, devono adattarsi alla nuova situazione e guadagnarsi il pane lavorando.  In questo contesto nasce la storia di Predi Antiogu, il nostro protagonista che, per non morir di fame, è costretto a diventare allevatore di capre e di pecore.

 

La prima edizione a stampa del poemetto esce nel 1879 con il titolo “famosissima maledizioni de s’arrettori de Masuddas”, di mano anonima.

  

Esigenze tecniche

  

palco o pedana 6x5 m; carico elettrico 6 kw con alimentazione a 380 v (trifase + neutro + terra) accessibile a 5 metri dal palco. Spogliatoio o camerino con accesso al palco. Montaggi: 2 ore prima; smontaggio: 1 ore dopo.

 
 
 
Sighi Singin'
le paure delle donne
Lo spettacolo.  

“Sighi Sighi” mette in musica storie di vita quotidiana in cui una donna si trova ad affrontare e cercare di risolvere problemi più grandi di lei. Quali sono le difficoltà in cui può trovarsi, oggi, una donna? Credo che siano quelle che hanno fatto penare le donne di tutti i tempi: le blatte o i topi in casa, le pulizie domestiche ed i ragni sul soffitto, la paura delle corna, dei fantasmi, delle streghe, la paura della guerra e della fame o che un popolo straniero invada le tue terre. 

 Sono Angosce vecchie come il mondo, ma sempre vive. 

 

Ogni volta si ripresentano in forma diversa e non le si riconosce subito, ma son sempre loro.

 La fame di serenità ciclicamente rovescia i valori e ciò che un tempo era stato fonte di paura diventa poi, nel confronto, quasi desiderabile: così si ripensa ai bei tempi andati in cui le blatte erano nere e non volavano (mentre ora sono rosse, hanno le ali bionde e volano!) oppure a quando erano i fantasmi e is cogasa a far paura. Grazie al cielo la Scienza ha scoperto che non esistono più. 

Insomma: preoccupazioni.

  Rossella Faa
 
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Ba-Baa!
Spettacolo per : voce, chitarra, contrabbasso e percussioni.
 
Cantante e compositrice Rossella Faa porta sul palco Baa-Bà, il suo concerto-spettacolo che ha già ricevuto le attenzioni della critica e riscosso un grande successo di pubblico. Presentato in numerosi festival del circuito jazz ed etnico, Baa-Bà è una scatola magica, è lo scrigno da cui vengono estratte storie, fiabe e memorie, ricordi personali, frammenti di vita comune, canzoni interamente in lingua sarda, che si pone come sviluppo delle possibilità foniche ed espressive della lingua stessa. La variante utilizzata dall’artista è quella Campidanese nelle sue molteplici inflessioni.

Si tratta di un lavoro costruito su una serie di storie e racconti. Descrive situazioni, anche autobiografiche, spesso con un loro contenuto di comicità e di simpatia.
Storie che esprimono una direzione nel tempo e nello spazio e per questo motivo l’uso della lingua campidanese diventa qui la fonte primordiale di una forza, un istinto, un desiderio, una forma dinamica e creatrice, nonché testimonianza di verità, un senso di richiamo tra presente e passato, richiamo tra la realtà e la sua trasfigurazione. “Le canzoni si trasformano in allusioni e sono il pretesto per riflettere sulle cose della vita,il tutto è farcito con quelle esagerazioni che condiscono l’esistenza”.

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 - teatro I del I segno
Amori da Palcoscenico
Giochi, drammi, passioni, schermaglie amorose  
tratte dai classici del teatro e della letteratura


Amori da palcoscenico” è un viaggio “animato” ,dagli attori sulla scena, sul tema forse più affrontato da tutti gli autori classici.
Lo spettacolo costruito in forma di dialogo con il pubblico, mostra un susseguirsi di scene amorose, giochi, schermaglie, passioni e turbamenti tratti dalle più celebri opere della letteratura teatrale.
In scena gli attori, avvalendosi di pochi elementi per suggerire costumi o scenografie, viaggiano attraverso le scene teatrali, giocando e  ironizzando su se stessi e sui mestieri del teatro.
Prima di ogni scena inquadreranno l’opera e la scena stessa, illustrando in modo esauriente e spesso divertente cosa i ragazzi stanno per vedere.
Il pubblico vedrà svolgersi sotto i propri occhi alcune tra le più famose scene d’amore, ma anche quelle meno conosciute, dalle più leggere alle più drammatiche, dal Balcone di Romeo e Giulietta, , alla passione di Cirano per la bella Rossana,  la difficile conquista della Bisbetica Lisetta, dalla morte di Piramo e Tisbe, alla gelosia di Otello, agli intrighi de Le Relazioni pericolose…insomma dalla Commedia degli equivoci alla Tragedia, i mille colori dell’intramontabile Amore.
“Amori da palcoscenico” è un “gironzolare” tra le trame, che tra una battuta e l’altra,  farà scoprire ai ragazzi una fetta di quel mondo del Teatro, ancora così poco visitato.
teatro I del I segno